Fuoco

I tratti di cortina ancora oggi visibili sono sopravvivenze della cerchia muraria promossa dalla Repubblica di Venezia a protezione di Crema, estremo territorio di confine prima del Ducato di Milano e per questo “da salvaguardare” da possibili assalti.

La costruzione avvenne tra il 1488 e il 1509 sotto la direzione di Giovannatonio de Marchi, ingegnere cremasco, cui subentrò Venturino Moroni. Le mura raggiunsero un perimetro di oltre due chilometri, permettendo così un accrescimento del nucleo urbano. Si componevano di un impianto a tratti rettilinei inframezzati da torrioni a sezione semicircolare. Nelle mura si aprivano le quattro porte di ingresso alla città, dotate all'esterno di rivellini: porta Serio a est, porta Ripalta a sud, porta Ombriano a ovest e porta Pianengo a nord. Il perimetro delle mura era circondato da un ampio fossato esterno e si congiungeva in prossimità di Porta Serio al castello trecentesco che costituiva il fulcro del sistema difensivo della città.

La cerchia muraria veneziana di Crema, pur non aggiornata rispetto alle novità dell’artiglieria, indusse i governi Spagnoli del Ducato di Milano a tenere in efficienza le piazzeforti di Lodi e Pizzighettone e a costruire, a metà del XVII secolo, la cinta bastionata di Gera per salvaguardare l’accesso all’Adda, importante via fluviale di collegamento di Milano con il mare.

Venute meno le esigenze difensive, tra il XIX e il XX secolo il castello venne completamente demolito e le mura di Crema vennero gradualmente ma non totalmente smantellate.

Delle strutture di difesa precedenti il periodo veneziano non rimangono tracce visibili. Il passaggio da semplice insediamento a fortificazione è testimoniato dalla toponomastica antica e da alcuni rinvenimenti, oggi interrati. Un tratto delle attuali vie Cavour e Matteotti (dallo sbocco di via Frecavalli a Piazza Moro) era conosciuto come “Ghirlo”, nei documenti medievali “Gyrolus” e “Guirolus”, cioè “piccola cinta muraria”, termine che ben si addice ad un’area dove sono state rinvenute tracce riferibili a fortificazioni.

Da Rahewino, biografo del Barbarossa, apprendiamo che all’epoca dell’assedio del 1159-1160 Crema era protetta dalla palude, da fossati larghi e profondi colmi d’acqua e da una duplice alta muraglia dotata di terrapieno. Solo le porte urbiche erano costruite in muratura, mentre le mura erano formate da palizzate lignee contenenti terrapieni.

Dopo la distruzione della città nel gennaio 1160 la città perse lo status di “castello”. Solo il 7 maggio 1185, giorno di San Vittore, ottenne dallo stesso Federico il permesso di potersi dotare di nuove fortificazioni. L’imperatore volle che Crema fosse anche ampliata, includendo i borghi esterni di San Benedetto, San Pietro e San Sepolcro nel nuovo perimetro murario.

Solo in tempi successivi, probabilmente nel corso del XIV secolo, venne realizzata una cinta muraria in mattoni, come emerge dal Desegnio de Crema et del Cremasco (Venezia, Museo Correr), dove si vede la città racchiusa da mura, da un ampio fossato e circondata da una sorta di circonvallazione, la “strata qua itur circum Cremam” che collegava le porte.

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